
A partire da un iniziale reset del corpo basato sul respiro, l’allineamento dello scheletro, la presa di coscienza della distribuzione del peso, la percezione delle tensioni, da subito compenetrati nella dimensione sonora, si sviluppa una prima fase di floorwork, ed una seconda di training legato sia ai principi dello yoga che a quelli della danza contemporanea storica, sperimentando in concreto come reciprocamente il suono ed il movimento si autodefiniscano nel farsi l’uno confine dell’altro, anche nel semplice studio della partitura fisica di un esercizio.
Il lavoro di improvvisazione aperta, guidata o strutturata, a seconda delle diverse fasi di elaborazione del movimento, come pure quello di composizione, si vanno definendo allo stesso modo come partiture gemelle di suono e movimento, sviluppando i principi assunti nella prima parte del laboratorio e portando così l’intero lavoro in quella zona di confine instabile e cangiante in cui, senza codice, disattivati i meccanismi di sicurezza, il sapere e il sentire del corpo (inteso come media sacro ed umano al tempo stesso) si aprono allo scorrere del tempo nella dimensione spaziale: sperimentano un danzare diversamente determinato, musicalmente determinato, e per questo in grado di farsi musicalmente determinante.
Il paradosso realizzato consente d’innescare quel circolo virtuoso tra danza e musica il quale alimenta da sé il proprio equilibrio e la propria crescita poiché non nasce dall’asservimento di un’arte all’altra, ma dal reciproco ascolto in condizioni di alto rischio: da un reale incontro. Allo stesso tempo, la linea di confine tra le due arti stesse si fa zona per il continuo spostarsi: quella zona in cui il tempo e lo spazio si fanno comuni, zona franca, terra di nessuno; senza spazio e senza tempo: teatro.